martedì 1 giugno 2010

Banksy... quando i graffiti diventano street art - pt. 1


Molto più che un graffitaro…un genio dell’arte metropolitana!!!

È solo lo pseudonimo di uno street-artist inglese: un “graffitaro” che ha iniziato a dare forma alle sue fantasie verso la fine degli anni ’80 e che dal 2000 usa quasi elusivamente la tecnica dello stencil. L'anonimato è una misura precauzionale, ma è anche un modo intelligente per costruirsi un personaggio e conferirgli la giusta allure. Probabilmente è nato nel '74 a Bristol, ma c’è chi sostiene che dietro lo pseudonimo si celi un gruppo.

Questo geniale personaggio ha fatto parlare (protestare!) i muri di Londra, New York e del Medio Oriente. Un misto di Haring, Warhol e qualcosa di nuovo. Ad ogni immagine, rigorosamente di stampo ironico (quindi che cela la tragedia nella comicità), combina uno slogan con messaggi anti-guerra, anti-capitalismo, anti-consumismo, anti-istituzione, pro-libertà e pro-pace.

Banksy & i musei

Banksy ha anche esposto nei più noti musei del mondo, sebbene... illegalmente. Ha infatti realizzato numerosi quadri che fanno il verso a molti noti capolavori della storia dell’arte: i girasoli di Van Gogh sfioriti, lo stagno di ninfee di Monet trasformato in discarica abusiva, ritratti di dame o condottieri settecenteschi con maschere antigas o armati di bombolette spray, wahroliane lattine di Campbell Soup trasformate in zuppe da discount... Queste opere sono state poi affisse, con dello scotch biadesivo e con tanto di cartellino graficamente perfetto, sulle pareti dei musei che conservano gli originali, approfittando della distrazione dei guardiani. Alcuni di questi lavori sono stati tolti dopo alcune ore; altri sono rimasti alcuni giorni; altri ancora, per lungimiranza dei curatori, sono entrati perfino a far parte della collezione permanente, come un frammento di graffito "primitivo", ritraente un cacciatore di bisonti armato di frecce e... carrello della spesa, esposto al British Museum.

Storiche restano le incursioni in quattro grandi musei newyorkesi - il MoMA, il Met, il Brooklyn Museum e l'American Museum of Natural History - datate marzo 2005. Qui l'artista, camuffato con impermeabile, barba posticcia e cappello, aveva piazzato le sue tele in mezzo alle opere della collezione, scansando la sorveglianza. I quadri clandestini si mimetizzavano col contesto, per temi e stile. A parte alcuni improbabili dettagli: una finta latta di zuppa warholiana, una dama d'altri tempi con maschera antigas sul viso, un nobiluomo del '700 con bomboletta spray in mano, un coleottero mutante travestito da bombardiere. Ovviamente l'azione ludica e dissacratoria del bad boy mascherato svela un chiaro atteggiamento critico nei confronti dell'istituzione museale, simbolo del sistema socio-economico che vuole l'opera uno status symbol per pochi privilegiati danarosi.

In suo famoso show si è svolto a Los Angeles nel 2006 dentro un magazzino abbandonato. La location è rimasta segreta fino al giorno dell'opening, mentre il clamore intorno al misterioso evento esplodeva su web e giornali. Inutile dire che si è trattato di una delle inaugurazioni più mondane e pubblicizzate dell'anno. Protagonista dell'evento era un elefante dipinto di rosa e oro, precipitato in una impeccabile scenografia d'interno borghese. Sparsi qua e là, tra mobili e suppellettili, i quadri e i graffiti di Banksy mischiavano gioco, scandalo e forti tematiche sociali. C'è un'espressione inglese, "the pink elephant in the room", che sta ad indicare il classico problema macroscopico che si finge, paradossalmente, di non vedere. Ed ecco, la metafora inverarsi nell'animale in carne ed ossa, goffo e straniato dentro il lussuoso appartamento.

Banksy en plen air

Innumerevoli, poi, le opere en plein air: segni in libertà con cui comporre un grande testo visivo, percorribile secondo traiettorie random attraverso pareti, angoli, soglie, fulcri, snodi del paesaggio urbano. Oltre ai graffiti, indimenticabili restano alcune sculture, come la leggendaria cabina telefonica britannica riprodotta da Banksy in una inedita versione collocata a Soho. Trafitta da un piccone, accasciata per terra e accartocciata, la rossa phone box perdeva sangue come creatura moribonda e sofferente. Una efficace metafora della globalizzazione che inghiotte culture e tradizioni locali, nonché una critica sottile a quel processo di privatizzazione dilagante che interessò anche la British Telecom.

Ha sparso Londra con stencil di ratti, spesso mutanti, simbolici di una popolazione sotterranea. Sono i famosi "rat": curiosamente anagrammando questa parola si ottiene "art". Per sua stessa ammissione, si tratta di una coincidenza. Il soggetto dei topi è stato scelto in quanto odiati, cacciati e perseguitati, eppure capaci di mettere in ginocchio intere civiltà. "Se sei piccolo, insignificante e poco amato allora i topi sono il modello da seguire definitivo con un cetriolo". *Banksy, Wall and Piece, Century, 2006.

Banksy & il muro di Palestina

Ma lui è stato anche uno dei grafici più attivi contro la guerra in Iraq, inoltre nel 2005 ha effettuato un viaggio in Palestina, realizzando alcuni graffiti sul nefasto muro divisorio promosso dal governo israeliano. Sulla mastodontica muraglia che il governo israeliano ha issato intorno ai territori palestinesi occupati, Banksy ha realizzato un grande murales, un varco di colore su una delle più drammatiche barriere edificate all'alba XXI scolo. La sua denuncia ha i tratti leggeri, giocosi, candidi di un'arte che invoca il sogno contro la guerra. Su questo confine di cemento che "trasforma la Palestina nella più grande prigione a cielo aperto” - come dichiarato dallo stesso Banksy. Una scala bianca dipinta pare suggerire una possibilità di fuga, di disobbedienza.

Banksy & le starlettes

Un anno fa lo street artist ha rivisitato l’ultimo CD musicale di Paris Hilton. Ne ha acquistato 500 copie e ne ha ritoccato l’intero booklet. In queste 500 copie, rimesse in vendita sugli scaffali di 48 diversi negozi musicali in Inghilterra ci sono delle variazioni sull’originale che rendono davvero rare queste copie. Cosa c'era dentro? Eloquenti fotomontaggi -Paris in posa da sexy singer con testa canina, o circondata da uno stuolo di homeless mentre scende dalla sua limousine -, collages di frasi sfottenti, slogan polemici, falsi titoli di canzoni del tipo Why Am I Famous? o What Am I For?, e i brani remixati da un misterioso "Dm".

Banksy a Disneyland

È di fine 2006 la notizia del passaggio di Banksy nel magico mondo di Disneyland. Lo scintillante, plastificato regno della fantasia di massa è stato "disturbato" da un ospite silenzioso, un'inquietante statua notata dopo novanta minuti e subito rimossa. Non si trattava di un supereroe né del protagonista di una favola, bensì di un detenuto della base di Guantanamo. Incappucciato, i polsi ammanettati e indosso una tuta arancione, questo fantasma dell'orrore, deportato nell'eden californiano per famiglie felici, portava con sé l'insopportabile eco delle menzogne, delle violenze, degli abusi perpetrati dai poteri di Stato.


Sarà pure un furbacchione…ma io lo trovo geniale!

Dovrebbero farlo studiare nei libri d'arte del liceo come opera contemporanea.

…nonché nei libri di storia come voce di protesta intelligente.

Bristol city museum 2009, videolink della mostra:

http://www.youtube.com/watch?v=nFM8Gnmwdug&NR=1

Oggi pare che Banksy viva negli USA, ma è nato e pasciuto nella città inglese di Bristol. Lì la sua ultima mostra (quella del link) che è durata un mese e mezzo e la cui fila era kilometrica, anche diverse ore per entrare. Ma tutti hanno assicurato che ne è valsa la pena, tante sono state le opere e le installazioni sbalorditive che ci hanno trovato dentro. Un vero e proprio shock…pazzesco!!

Video link sulle opere:

http://www.youtube.com/watch?v=fx3nehSkVMQ&feature=player_embedded

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